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patriarcato

Violenza di genere: adesso basta! assemblea giovedi @cagnesciolte

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giovedì 24 settembre alle 19 dalle Cagne Sciolte, via ostiense 137, assemblea delle donne sulla violenza di genere.

 

ADESSO BASTA! E' ORA DI SCEGLIERE!

Negli ultimi mesi si sono verificati molti casi di violenza sulle donne negli spazi che, come compagne e compagni, viviamo. E' nata spontanea la voglia di vederci per dare delle risposte, ma anche per costruire un luogo di riconoscimento e di presa di posizione pubblica contro la violenza.

Speravamo che definendoci compagno o compagna avessimo ormai assunto l'antisessismo e la lotta al patriarcato come necessari, innanzitutto mettendo in discussione gli atteggiamenti maschilisti e di possesso che agiamo nelle relazioni, sia intime che collettive.
Evidentemente non è così, se bastassero l'asterisco e la chiocciola quando scriviamo avremmo fatto la rivoluzione!

Le compagne femministe hanno sempre preso posizione e fatto un lavoro comune(anziché di nuovo collettivo) sulla violenza, ma continuano a scontrarsi con le dinamiche che s'innescano intorno all' aggressore: minimizzare, sminuire e isolare la compagna, relegare la violenza all'ambito del privato. Una vera e propria rete di protezione interna che può arrivare a far passare la reazione all'aggressione come un attacco alla realtà politica in cui è avvenuta la violenza.
Quando si dice «non vogliamo fare processi» in realtà si produce un meccanismo di giustificazione per cui si elude il confronto collettivo e si istituiscono mille processi informali alla donna, alimentati dal chiacchiericcio, che costituiscono un'ennesima violenza.

Nominare la violenza e le sue dinamiche per scardinarle non è fare un processo. Parlare di antisessismo, maschilismo, patriarcato, criticarsi nell'agire oppressivo, porsi delle domande fà sì che si possano dare delle risposte collettivamente.
Ora è necessaria un'assunzione di responsabilità e una presa di coscienza dei privilegi del proprio genere e dei ruoli assunti come maschi, soprattutto se bianchi ed eterosessuali.
E' ormai necessario che i compagni si formino sulle questioni di genere e scelgano concretamente le pratiche per combatterli, scardinando i meccanismi di delega e i ruoli educativi normalmente attribuiti alle compagne.

Che genere di relazioni vogliamo? Ci possiamo fidare di rapporti non basati sull'antisessismo? Vogliamo continuare a condividere spazi con compagni che tengono stretti i propri privilegi? Che genere di conflitto possiamo agire nei nostri spazi? Quali strumenti ci diamo per costruire luoghi in cui siamo a nostro agio? In cui siamo libere di arrabbiarci, usare il sarcasmo o l'ironia contro il sessismo e il machismo dei compagni?

Adesso basta! E' ora di scegliere!

Le relazioni di potere ci tolgono forza nelle lotte che portiamo avanti. Affrontarle e sovvertirle è imprescindibile! I panni sporchi non si lavano in famiglia, ma collettivamente.
Per questo abbiamo iniziato ad incontrarci come donne in un'assemblea aperta ed in continua evoluzione. Vogliamo costruire una rete di sorellanza in cui sia possibile riconoscersi, ascoltarsi, sostenersi reciprocamente e trovare insieme le pratiche di autodifesa.

Il prossimo incontro sarà giovedì 24 settembre alle 19 dalle Cagne Sciolte, via ostiense 137.

La ragazza della Fortezza da Basso

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"La ragazza della Fortezza da Basso" così si firma la giovane donna che sette anni fa aveva denunciato uno stupro di gruppo davanti alla Fortezza da Basso a Firenze e la cui vita, come spesso accade, si trova a essere messa sotto accusa dai giudici della Corte d'appello che hanno assolto i sei: l'autoderminazione, le scelte sessuali, l'attività politiche della ragazza diventano motivi per assolvere i sei dallo stupro.

In questo redazionale leggiamo la lettera che la donna ha coraggiosamente pubblicato e proviamo a ragionarne.

Qui la lettera: https://abbattoimuri.wordpress.com/2015/07/19/firenze-fortezza-signific…

 

Tutta la nostra solidarietà a "la ragazza della fortezza da Basso":

TOCCANO UNA TOCCANO TUTTE!

Trasmissione del 6/05/2015 "Nel nome della madre"

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Immagine rimossa.“I Nomi delle Cose” Puntata del 6/05/2015  “ Nel nome della madre”

” I borghes* sono buon*, mangiamoceli! / Compassione, pietà, ribrezzo, odio di classe…/ Nel nome della madre”

http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/05/08/podcast-della-trasmissione-del-6052015/

“Nel nome della madre “

Toya Graham è il nome di una madre che durante le manifestazioni a Baltimora di cui tutte siamo a conoscenza, ha riconosciuto il figlio nei riots ed è scesa di corsa in strada, lo ha preso a ceffoni e lo ha trascinato per le orecchie a casa. Queste immagini hanno fatto il giro del mondo e sono state osannate a più non posso non solo dai media mainstream di tutte le colorazioni possibili, ma anche dalle prefiche della non violenza e dalle vestali della legalità del femminismo para-istituzionale ( che non sappiamo perché continuiamo a chiamare femminismo), chiarendo una volta per tutte, se ce ne fosse ancora bisogno, che per tutti/e queste soggette/i la violenza è qualcosa che viene tirata in ballo solo per condannare gli oppressi e le oppresse, mentre non viene nominata quando ad esercitarla è il sistema di potere, cosa che fa quotidianamente e in ogni istante della nostra vita. Nascondendosi dietro il paravento della non violenza portano avanti un appoggio sistematico alle politiche neoliberiste e si fanno sponsor di questa società che esplica una violenza inaudita a tutti i livelli e su tutti i fronti e strumentalizzando la vicenda di Toya Graham si scagliano contro la rabbia espressa dalla manifestazione NoExpo di Milano auspicando che ci siano più donne così e, in generale più persone così.

Ci chiediamo se le madri dei partigiani e delle partigiane avessero dovuto andare a prenderli e trascinarli a casa per le orecchie, facendo tra l’altro un’opera di delazione rendendoli pubblicamente riconoscibili e, chissà, se le madri delle combattenti del Rojava sono andate a prenderle per le orecchie e le hanno riportate a più miti consigli.
Fortunatamente ci sono stati articoli di donne e di collettivi femministi che hanno fatto discorsi completamente diversi e hanno analizzato la lettura distorta e mistificante che è stata portata avanti sulla storia della madre di Baltimora dato che lei stessa ha dichiarato di aver portato via il figlio perché non voleva vederlo ucciso dalla polizia.
Ma a noi sono venute in mente una serie di considerazioni sulla “madre”.
Non stiamo parlando della capacità fisica di mettere al mondo un essere umano, bensì del ruolo sociale che la figura della madre incarna.
Si, perché quello di madre è un vero e proprio ruolo sociale, la madre è catena di trasmissione dei valori dominanti, questo è quello che il potere patriarcale vuole da lei.
Nella famiglia capitalista mononucleare, i ruoli sono molto specifici e determinati: il padre rappresenta l’autorità, specchio della gerarchia di genere e di classe nella società, e media il rapporto tra il figlio/a e la società tutta, la madre è lo strumento che deve introiettare nei figli/e la scala dei valori vincente sia al femminile che al maschile. Non dimentichiamo, infatti, che le madri allevano anche i figli maschi. E la riuscita di questo lavoro di costruzione viene verificata nel rapporto con l’autorità paterna e quindi con la società.
Nell’attuale fase neoliberista, anche se c’è un tentativo molto forte di ricostituire le gerarchie classiche dell’autoritarismo a tutti i livelli, la differenziazione tra ruolo materno e paterno è più labile, le famiglie sono spesso monogenitoriali e spesso questo unico genitore è la madre che somma in sé quindi il compito di essere catena di trasmissione dei valori dominanti e mediatrice dei rapporti del figlio/a con la società.
E’ in questo senso che la madre di Baltimora percorre le strade più classiche del ruolo a lei assegnato: far rientrare il figlio nei ranghi che sono poi quelli imposti dalla scala valoriale dominante, ribadire la sua autorità contro ogni possibile tentativo di autodeterminazione anche a scapito della tutela del figlio stesso che in questo modo viene dato in pasto all’opinione pubblica e viene annullato come soggettività autonoma.
Ci vengono in mente le madri che denunciano per il “loro bene” i figli che si drogano o le figlie che si prostituiscono consegnandoli alla così detta legge e dandoli in pasto alla pubblica condanna. La violenza che è insita in queste azioni è senza confini.
Questi comportamenti “materni” sono così introiettati a tutti i livelli sociali dalle donne stesse da diventare nel comune sentire caratteristiche materne ed essere confusi con l’attenzione e l’affetto nei confronti della prole, addirittura dalla prole stessa che si aspetta che la madre li rimproveri e li faccia rientrare nei ranghi.
Allora, proprio perché questi valori sono così fortemente introiettati tanto da diventare assunzione inconscia cerchiamo di uccidere la madre che è in ognuna di noi.

Le coordinamente

Trasmissione del 15/04/2015 " Sui rapporti tra genere e classe"

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/04/17/podcast-della-trasmissione-del-15042015/ Puntata del 15/04/2015 “Sui rapporti tra genere e classe”

Quali sono i legami tra capitalismo e patriarcato? e tra genere e classe? si tratta di due sistemi distinti? l’uno ha generato l’altro? l’uno è stato assorbito dall’altro? i generi sono delle classi? si può abbattere il dominio maschile? e abolire i generi? come? e la rivoluzione in tutto questo?…………..

Scriveteci e proviamo insieme a rispondere a questi interrogativi…..
Immagine rimossa.

 incendo.noblogs.org sur le rapport entre genres & classes/ Venti di guerra: Hillary Clinton/Dimenticanze?/Resoconto e riflessioni sul dibattito
< il corpo delle donne e l’autodeterminazione> con Luisa Mercanti e
le compagne di Sapienza Clandestina”

La Parentesi del 15/04/2015 "Dimenticanze?"

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http://coordinamenta.noblogs.org/post/2015/04/16/la-parentesi-di-elisabetta-del-15042015/ “Dimenticanze?”

Immagine rimossa. Il Patriarcato  è un tipo di organizzazione sociale  e  familiare in cui, in senso riduttivo, i figli entrano a far parte del gruppo cui appartiene il padre, da cui prendono il nome e i diritti che essi a loro volta trasmettono ai discendenti diretti o prossimi nella linea maschile, in senso espansivo, è un tipo di organizzazione sociale in cui al genere maschile viene riconosciuto un ruolo di comando, di guida e di riferimento in una struttura gerarchizzata e piramidale in cui il femminile ha un ruolo subalterno.

Il sesso, strettamente inteso come fisicità, non avrebbe niente a che fare con il maschile ed il femminile che sono precise costruzioni sociali, ma è successo e succede che questa identificazione  e sovrapposizione sia voluta e strutturata sin dalla nascita. I bambini/e interiorizzano prestissimo il ruolo che  viene loro assegnato dal sociale e identificano se stessi/e con il ruolo sessuato che viene loro destinato in base al sesso biologico. Il ruolo sessuato viene così fatto proprio prima ancora della consapevolezza e della conoscenza del sesso biologico.

 

Ma il Patriarcato non è qualcosa che nasce nella sfera sociologica, psicologica, culturale o metafisica, non vive in un limbo in cui galleggia e non si sa perché ha strutturato così gli uomini e le donne e si diverte a distribuire potere e oppressione, bensì è una precisa forma di organizzazione socio economica che si è riproposta nei secoli perché è stata sempre funzionale  al  modello economico di volta in volta vincente e da ogni modello è stata fatta propria in maniera uguale nei connotati di fondo e in maniera sempre diversa nelle manifestazioni e nelle modalità di messa in pratica.

Il modello economico capitalista ha preteso una estrema caratterizzazione dei compiti assegnati all’uomo e alla donna e all’interno del processo della ridefinizione dei loro compiti produttivi  ha compiuto un salto qualitativo differenziando in maniera molto netta il rapporto sociale e quindi economico e politico di cui questi compiti si fanno portatori.

E’ stata fondamentale la separazione tra la produzione delle merci, di cui l’uomo è diventato soggetto primario e la riproduzione della forza lavoro che è l’ambito assegnato al femminile dalla società del capitale. Risultato di questa separazione, la donna come individuo sociale viene relegata ad un “lavoro non lavoro” che non producendo plusvalore la pone ad di fuori dal circuito dell’accumulazione.

Questo è lo scenario di fondo della configurazione economica capitalista. Dimenticarsi, volutamente o meno, del modello economico in cui siamo inserite, significa non solo non capire i cambiamenti in atto, non solo privarsi degli strumenti per poter percorrere strade  che investono  la nostra liberazione,e, in prospettiva, la libertà di tutt*, ma essere dalla parte del potere e della sua continua riproposizione, potere a cui non sembra vero di perpetuare un dominio che non viene neppure scalfito nella sostanza.

Infatti, lo stadio attuale del capitale, il neoliberismo, ha aggiornato le sue modalità di connessione con il patriarcato. Ha dovuto farlo perché è passata molta acqua sotto i ponti da quando ha organizzato i suoi primi modelli di maschile e femminile. Ci sono state lotte importanti di genere e di classe con cui fare i conti e rispetto alle quali prendere le contromisure. Ora il neoliberismo si lega al modello patriarcale in altro modo. Il modello femminile non è più quello della madre e sposa esemplare che deve riprodurre la specie e ricostituire la forza lavoro, la donna stessa è stata messa al lavoro produttivo, ma non tutte le donne: quelle che servono possono posticipare maternità e interessi personali a un “dopo” quando non saranno più sfruttabili, magari congelando gli ovuli e magari a spese dell’azienda,  le altre, quelle che non servono, sono rigettate nel vecchio ruolo di riproduzione e di cura di una popolazione oppressa sempre più misera e più povera.

Cardine di questa nuova modalità di oppressione sono le Patriarche, quelle che, in cambio della loro promozione sociale e personale, diventano parte integrante del progetto neoliberista e della perpetuazione del dominio portando in dote al potere il lessico e la lettura volutamente stravolta della lotta femminista con il tradimento  della loro collocazione di genere e rigettando tutte le altre donne in una sempre più spietata oppressione, nella precarietà e nella povertà.

Dietro il paravento dell’emancipazione, le Patriarche collaborano attivamente all’affossamento dello stato sociale, all’abbattimento delle garanzie sul lavoro, alla distruzione della scuola e della sanità pubbliche, allo sfruttamento selvaggio delle migranti e dei migranti, ad un controllo serrato e poliziesco di ogni momento della vita, alle guerre neocoloniali….in sostanza  alla creazione di una società ottocentesca, medioevale e nazista.

Per questo dimenticarsi che la lotta di genere è inestricabilmente legata alla lotta di classe non solo è nocivo per la liberazione di noi tutte, ma è una precisa scelta di campo.