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Carcere

Aggiornamenti sulle carceri

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In studio e soprattutto attraverso le voci dei parenti delle persone detenute e di chi è uscito da poco, proviamo a ricostruire quello che sta avvenendo nelle carceri italiane e non solo. Durante la trasmissione tanti i saluti e i messaggi ai detenuti di Rebibbia.

Buon Ascolto! 

Coronavirus: cosa sta accadendo nelle carceri

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Dopo le proteste e le rivolte che hanno coinvolto buona parte delle carceri italiane, le risposte del governo sono state poche e insufficienti. Ne parliamo con un avvocato del foro di Roma, cercando di fare chiarezza su cosa dice il decreto Cura Italia del 17 marzo. In studio e in collegamento telefonico con una compagna della Rete Evasioni aggiornamenti su quanto sta avvenendo nelle carceri in questi giorni, in Italia e in altre parti del mondo.

Buon Ascolto! 

#Coronavirus - Mailbombing 17 marzo per la salute dei detenuti

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Martedi 17 marzo dalle ore 10 alle ore 14 partecipiamo al mailbombing per sostenere il diritto alla salute dei detenuti e delle detenute del carcere di Rieti.

 

Tra le ore 10 e le ore 14 di martedi invia la mail che trovi incollata più ai seguenti indirizzi dei garanti dei detenuti e della Asl di Rieti

info@garantedetenutilazio.it
garantedirittidetenuti@cert.consreglazio.it
segreteria@garantenpl.it
prot.segreteria@cert.garantenpl.it
direzione.sanitaria@asl.rieti.it

 

e alle redazioni di:

redazione@radioradicale.it
tgr.lazio@rai.it 

info@rietinvetrina.it
info@rietilife.it
starttv@libero.it
redazione@ilgiornaledirieti.it
redazione@frontierarieti.com

 

Il testo va inviato a ogni singolo indirizzo mail separatamente. Gli invii collettivi vanno a finire direttamente nello spam. Non inviate l'allegato ma copiate il testo nel corpo della mail.
Sappiamo che si tratta di un piccolo gesto davanti una situazione gravissima, speriamo comunque in una partecipazione diffusa.
 

TESTO DELLA MAIL:

 

Il 7 marzo scoppia la dura protesta delle persone detenute nel carcere di Salerno.

Già da un paio di mesi i Tg riportano notizie sull’epidemia di coronavirus in Cina, con il suo elevatissimo numero di contagiati e deceduti.

Già da più di un mese e mezzo che il virus è in Italia. I Tg continuano con il loro incessante susseguirsi di notizie. L’allarme si diffonde, diventa sempre più forte e sempre più vicino a noi tutti. Sappiamo come noi, persone fuori da galere, abbiamo reagito alla nostra paura, alla nostra quotidianità che cambiava in peggio giorno dopo giorno. Alle notizie di ospedali pieni ed incapaci a garantire le adeguate cure a chi si ammalava. Anche in Italia il numero di contagiati e deceduti aumentava di ora in ora.


Nelle carceri sovraffollate celle per lo più stracolme di persone, di detenute e detenuti anche anziani, anche malati. Un’assistenza sanitaria che lascia al quanto a desiderare, che già in tempi di non emergenza sanitaria, riusciva a garantire solo psicofarmaci e, a malapena, qualche tachipirina.

La tensione aumenta.

Lo Stato decide, per contenere il contagio, di adottare misure, le più restrittive: sospensione di ogni attività, interruzione dei colloqui con i familiari. In compenso, gli operatori e gli agenti penitenziari continuano a rispettare i loro turni di lavoro ed entrano ed escono dalle galere, senza alcuna precauzione, nemmeno dotati di mascherine e guanti. Nessuna misura di prevenzione di carattere sanitario.

I detenuti rivoltosi del carcere di Salerno chiedono che se non possono vedere i loro familiari, ricevere le adeguate attenzioni sanitarie, allora che si interrompano anche le entrate e le uscite di chi lavora in quel carcere. L’interruzione dei colloqui con i familiari significa tagliare completamente i ponti con l’esterno, significa enorme preoccupazione.

La rivolta si estende, in pochissime ore, a ben 27 carceri di tutta Italia, dal sud al nord. 14 i morti tra Modena, Alessandria e Rieti. Tutte morti, ci dicono (dagli esiti di autopsie fatte in fretta e furia e, probabilmente, in assenza di figure legali nominate dalle famiglie dei deceduti) dovute ad abuso di psicofarmaci presi dalle infermerie interne alle carceri.


Ci volevano le rivolte affinché il Ministro della Giustizia, oltre ad esprimere il pugno di ferro nei confronti di chi ha partecipato alle rivolte, distribuisse 100 mila mascherine. Il numero delle persone detenute, nello scorso febbraio, era 61.230 (a fronte, per altro, di una capienza di 50.931 posti). Chissà quante sono le persone che là dentro ci lavorano, per un motivo o per un altro, e quindi necessitano anche loro delle mascherine… Ad oggi sappiamo che in moltissime carceri ancora non le hanno distribuite.

4 morti a Rieti...

Ma come si sedano le rivolte? In campo si possono mettere due strumenti: uno è la contrattazione con i prigionieri. Ma c’era poco da contrattare, le decisioni erano state prese dall’alto e andavano attuate: i detenuti e le detenute dovevano rimanere isolati.

L’altro sono i pestaggi, violentissimi, reiterati. Non è una novità. Lo sa chiunque abbia vissuto direttamente o indirettamente (avendo un proprio caro lì rinchiuso) il carcere.

In questo momento poi, a causa della totale chiusura, nessuna presenza esterna, né familiare né volontario né insegnante, potrebbe monitorare la situazione, riportare all’esterno di cosa è stato testimone, ciò che ha ascoltato e visto.


Ad oggi sappiamo, tutti noi anche chi “vuole o vorrebbe non sapere”, che lì dentro centinaia di detenuti sono feriti, lesionati, intimoriti dai pestaggi. E sempre nell’inquietudine data dalla probabilità che il contagio si diffonda anche lì dentro. Già ci sono casi conclamati, ancora pochi dalle notizie ufficiali. Ma le notizie ufficiali, spesso, lasciano il tempo che trovano.

In questi difficilissimi giorni, in cui l’impegno di ognuno di noi è tutto volto alla tutela della collettività, c’è chi non ha alcuna tutela.


Chiediamo che il Direttore Generale della ASL di Rieti, anche competente e responsabile della salute delle persone detenute nel carcere di Rieti, si impegni nell’accertamento delle condizioni dei detenuti anche a seguito dei pestaggi subìti.

Ci domandiamo come mai a fronte di ben 4 morti i Garanti, Nazionale e Regionale, dei diritti dei detenuti non si siano ancora recati presso il carcere di Rieti e li invitiamo a farlo al più presto, nel loro ruolo di tutela delle persone private della loro libertà.

Sulla rivolta nel carcere di Salerno

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In collegamento con una compagna parliamo della rivolta in carcere a Salerno. I detenuti rivendicano la loro liberazione come unica misura antiepidemiologica. L'istituzione risponde col taglio dell'acqua e dell'elettricità, massiccio intervento della polizia, violenze. Attualmente non si ha notizia di trasferimenti.

Mentre scriviamo, anche il carcere di Bologna è in rivolta.

Presidio sotto Rebibbia

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Una quarantina di compagne e compagni si è data appuntamento sotto Rebibbia per portare solidarietà alle proteste di detenute e detenuti.

Se avete amici, parenti, conoscenti in carcere e volete fare sapere cosa sta succedendo, potete scrivere a:

  • email carcere@anche.no
  • posta: rete evasioni c/o via augusto dulceri 211
  • su FB Messanger: combattere il carcere

Rivolta nelle carceri di Napoli e Salerno

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Rivolte in corso nelle carceri di Salerno e Napoli per il blocco fino al 31 maggio dei colloqui e dei permessi. A Salerno dopo le proteste la direttrice ha tolto l'acqua. La protesta è quindi aumentata, un piano del carcere è stato devastato, alcuni detenuti sono saliti sul tetto. Fuori il carcere presidio dei familiari. Arrivate decine di camionette, elicottero, è presente anche la celere. 

Contro il carcere 4 Mar

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Coronavirus in carcere, misure insufficienti. 24.380 “nuovi ingressi” nelle  carceri, in calo di quasi mille unità; è la dimostrazione che i reati sono in diminuzione. Perché reati calano, gli ingressi calano e le presenza aumentano? Per 3 motivi: A- pene più lunghe a parità di reato; B- aumento persone in carcerazione preventiva; C- Blocco o quasi delle misure alternative. Il problema è politico va affrontato politicamente.

Combattere il carcere: convegno a Napoli 14-15 Marzo

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COMBATTERE IL CARCERE

NAPOLI 14-15 MARZO 2020

Un convegno contro il carcere.

Tra passato e presente, le lotte dentro, le lotte fuori, la prospettiva di distruggerlo.

Perché un convegno contro il carcere?

A reggere la presente organizzazione sociale è, in ultima analisi, la violenza. E il carcere ne è la sua concretizzazione materiale, una delle sue più empie epifanie e anche un suo utile strumento.
Esso non solo concentra in se la violenza quotidiana dello sfruttamento e del dominio (dal lavoro ai quartieri, dalla scuola alla medicina, dalla famiglia all’urbanistica) esacerbandola, ma condiziona e informa la società nel suo insieme, nei suoi spazi e nei suoi tempi.

Ma proprio il sistema carcere è quel sistema che più di altri è stato messo in crisi dalle lotte dentro e fuori, dimostrando la sua non riformabilità.

Se il carcere come istituzione totale è cambiato nel corso della storia, non è stato né per gentile concessione di chi lo amministra, né per le politiche di pretesi riformatori, bensì per le lotte. Se la vita quotidiana dei prigionieri si è “speggiorata” (dagli oggetti a disposizione dei reclusi ai rapporti con l’esterno) lo si deve alle rivolte, all’autorganizzazione, agli scontri, ai morti, alle evasioni tentate e riuscite negli anni Sessanta e Settanta.

E quando quel ciclo si è esaurito per le profonde trasformazioni avvenute dentro e fuori, la funzione del carcere come strumento di brutale repressione, di monito, di normalizzazione ha sfoderato tutti i suoi artigli. E padroni e carcerieri hanno usato l’arma più insidiosa della collaborazione, della premialità, della desolidarizzazione per creare cittadini obbedienti e disgregati.

Io speriamo che me la cavo” – questa sembra la condizione mentale e materiale del mondo dentro e fuori il carcere.

In questo contesto di frammentazione, tornano il terrore, i pestaggi senza risposta, l’impedimento di ogni contatto con l’esterno (attraverso il blocco della posta, innanzitutto). E crescono sia la psichiatrizzazione della “devianza” sia le morti per l’incuria sanitaria. Ma esplodono anche, improvvise, le rivolte, quel tempo accelerato della sommossa che spezza il tempo immobile del carcere ma che non riesce a produrre i tempi lunghi dell’autorganizzazione, della sedimentazione delle esperienze di lotta, del passaggio di testimone da carcere a carcere.

Del resto, per chi lotta, resiste, attacca o prova a non soggiacere, sono sempre più affinati il linciaggio pubblico, la criminalizzazione, la differenziazione (Alta Sorveglianza, 41 bis, 14 bis…). All’esterno, la solidarietà concreta raramente sfonda l’isolamento sociale e troppo spesso non è in grado di reagire alle rappresaglie dei carcerieri.

La repressione si affina e accumula un sistema eterogeneo di strumenti per estendersi nei territori, affiancando al carcere sempre più misure preventive. Le “emergenze” si rinnovano senza sosta e il diritto penale del nemico – che altri chiamano legislazione e carcere di guerra – compie inesorabilmente la sua marcia di guerra coloniale. In una parabola ascendente, torna in auge la mostrificazione sociale del nemico che ha le sue radici nel colonialismo storico a cui sono state sottoposte le popolazioni del Sud Italia, e grazie al quale le contraddizioni del sistema coloniale sono state abilmente nascoste e marginalità indotta e conflitto sociale sono stati ricondotti nella categoria della “criminalità organizzata”. In modo non molto diverso, con l’accusa di “estremismo islamico” oggi si mostrificano socialmente – e si disperdono nelle sezioni speciali delle carceri – centinaia di proletari arabi e africani.
Mentre il carcere diventa sempre più una discarica sociale per i poveri (in misura crescente stranieri), parte del fronte interno delle guerre neo-coloniali, dai campi di concentramento per i senza-documenti (CPR) arrivano forti segnali di rivolta.

Perché, allora, un convegno contro il carcere?

Perché si distrugge qualcosa che si conosce – e lo si conosce solo nei tentativi, anche piccoli e parziali, di distruggerlo.

Perché il carcere è sempre più l’ombra che accompagna le lotte e, più in generale, le vite di migliaia di esclusi e non serve a niente a nessuno ignorarne il peso e la funzione.

Perché è necessario, fuori dalla retorica, analizzare i cambiamenti nella composizione della popolazione carceraria, nel corpo prigioniero, nell’individualizzazione dei comportamenti, nelle rotture, nelle difficoltà per comprendere quali siano i meccanismi che lo regolano e lo rafforzano.

Perché esiste un ricco bagaglio di esperienze che, tra passato e presente, possono fornire spunti di solidarietà, di autorganizzazione, di azione.

Un convegno ambizioso, come si vede, per disseppellire e rinnovare la storia delle lotte contro il carcere, per collocare il carcere in una nuova prospettiva di lotta.

USA: dalla scuola alla prigione

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Corrispondenza con gli stati uniti per parlare della cosiddetta school-to-prison pipeline (condotto dalla scuola alla prigione). Una serie di leggi e norme ispirate nella maggior parte dei casi dal concetto di Tolleranza Zero (ma anche da principi di valutazione degli studenti, come nel caso del No Child Left Behind) fa sì che studenti giovanissimi possano subire delle pesanti sanzioni disciplinari che, tramite l'esclusione, conducono al carcere.